Action, gli Harvard boys che sussurrano al governo

L’Action Institute è un animale strano. “Action tank” lo chiamano i partecipanti, per far capire che rispetto ai think tank tradizionali sono più rivolti all’azione. Ad avere un “impatto” sulle politiche pubbliche. Con la speranza di fare una differenza, professionisti altamente globalizzati, per lopiù ex alunni delle migliori università americane, con una buona rappresentanza di banchieri, mettono a disposizione gratis (”pro bono” è il termine che preferiscono) il loro tempo, altrimenti magnificamente remunerato. Fanno rapporti, suggeriscono cambiamenti di politiche e riforme strutturali nel settore del credito, della sanità, dell’innovazione e del capitale umano. Interloquiscono con i ministeri competenti, fanno audizioni parlamentari, portano aria nuova nei palazzi del potere.

Da una parte è una novità che rasserena: una leva di manager che ha per terreno di gioco il mondo e che decide di give back, di restituire un po’ della fortuna che si sono guadagnati alla società da cui provengono. Dall’altra preoccupa: è possibile che le istituzioni non abbiano al loro interno centri studi altrettanto preparati da dover dare in outsourcing a super-tecnici l’istruttoria di partite così strategiche? Dice Carlotta de Franceschi, trentacinquenne friulana con laurea alla Bocconi, master ad Harvard, esperienze a Goldman Sachs e Morgan Stanley solo per citare le principali, che quando Obama voleva capire il petrolio ha chiesto a un think tank che gli ha fatto il nome di Leonardo Maugeri, un italiano, che gli ha spiegato come stavano le cose. Noi, apparentemente, le expertise ce le abbiamo ma ci manca l’elenco di dove trovarle. Ecco, se ho capito bene, Action Institute vuole essere una voce di quell’elenco.

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