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London calling: la sfida per il futuro del Regno Unito

Autore: Paolo Agnolin

Data: 9 dicembre 2019

Tipo: Altro

Tematica: Action Institute

Manca poco al 12 Dicembre, quando Il popolo di Sua maestà esprimerà, nel segreto dell’urna, la propria rappresentanza al Parlamento Inglese per i prossimi anni. Ogni elezione è un evento speciale, unico, ma questa consultazione lo è più di altri. La ragione sta, come per il referendum sulla Brexit dell’indelebile Giugno 2016, nella magnitudine della posta in gioco.

 

Le elezioni anticipate sono state il risultato del fallimento di Johnson di portare a termine la Brexit entro il 31 Ottobre. Infatti, come avevamo previsto, l’incubo di una hard brexit autunnale non si è realizzato e il primo ministro inglese è stato obbligato a chiedere all’UE una ulteriore proroga che ha posticipato l’uscita dall’Unione al 31 Gennaio 2020. In seguito al nulla osta dei laburisti, arrivato dopo il disinnesco del No deal, il leader dei Tories ha indetto elezioni anticipate nel tentativo di guadagnare una maggioranza che gli permetta di superare l’impasse parlamentare attuale.

 

Ad oggi, mentre sentimenti di preoccupazione e trepidante attesa fioriscono su entrambi i lati della Manica, quello che le urne potrebbero consegnare è un menu in bilico e per palati molto diversi. Da un lato, una stabile maggioranza per Johnson che gli consentirebbe di completare l’uscita dall’Unione. Dall’altro, il successo di un’opposizione che ha promesso di rinegoziare i termini dell’uscita e sottoporli ad un referendum confermativo dove l’alternativa sarà il remain. Nel mezzo, infine, l’eventualità di un nuovo hang parliament dove né Tories né Laburisti hanno i numeri per formare una maggioranza.

 

Sul tema della Brexit, Jeremy Corbyn si è detto a favore di un nuovo referendum, rifiutando però di schierarsi apertamente con remainers o leavers. Chi ha invece le idee più chiare sull’endorsement al “remain” è Jo Swinson dei Liberal Democrats, mentre Nicola Sturgeon, leader del Scottish National Party, minaccia di indire un referendum per l’Indipendenza di una Scozia che non vorrebbe lasciare l’Unione.

 

Dinnanzi a questo fronte vi sono i conservatori, che in questa consultazione si riscoprono maggiormente compatti nel progetto isolazionista. Inoltre, la paura della convocazione di un nuovo referendum ha portato Nigel Farage a decidere di non contendere voti preziosi ai Tories ritirando i propri candidati dalle circoscrizioni dove nel 2017 avevano vinto i Conservatori.

 

Le possibilità di un saldo governo Tory o di un governo di coalizione a guida Labour hanno animato diverse voci sulle due sponde del “Channel”. Da un lato la preoccupazione che la vittoria dell’ex sindaco di Londra possa riaccendere le possibilità di una caotica no-deal Brexit. Questa eventualità danneggerebbe entrambi le parti del divorzio, con l’UE che esporta in UK il doppio di quanto esporti in Cina. Dall’altro, la paura di chi teme la vittoria di Jeremy Corbyn con il suo programma di nazionalizzazione delle industrie e deciso intervento statale nell’economia.

 

Tali preoccupazioni sono probabilmente eccessive. Anche ipotizzando un tracollo dei Tories, Corbyn avrebbe bisogno dell’appoggio delle altre forze politiche europeiste per insediare un governo. In questo senso, la capacità di Corbyn di implementare parte delle sue politiche economiche più radicali dipenderebbe dal potere di veto degli altri partiti nella coalizione. Per quanto riguarda questo scenario il condizionale è più che d’obbligo dal momento che è lecito attendersi che Corbyn non diventi primo ministro.

 

Al tempo stesso, il rischio che la vittoria di Johnson possa innescare una improvvisa uscita con no-deal si scontra con la realpolitik, dal momento che il premier inglese non dovrà servirsi di uno strumento tanto doloroso per raggiungere i propri obiettivi. Infatti, l’accordo negoziato in ottobre prevede un periodo di transizione post-Brexit fino alla fine del 2020, con una ulteriore possibilità di estensione di due anni. Ciò significa che, grazie alla maggioranza in Parlamento, Johnson potrebbe condurre formalmente il Regno Unito fuori dell’Unione Europea, ma mantenere i principali obblighi e benefici degli stati membri per un periodo relativamente lungo. Nel frattempo, la rinegoziazione del nuovo rapporto tra Unione Europea e il suo partner d’oltremanica potrebbe protrarsi anche per più di un anno, a causa della sua complessità.

 

È difficile prevedere come realmente si evolverà la vicenda, ma è irrealistico che in seguito ad una vittoria dei conservatori si realizzi un’uscita drastica e imprevista. Sarà infatti più verosimile attendersi un’uscita formale, seguita da lunghe rinegoziazioni per quanto riguarda i nuovi rapporti commerciali.

 

Questo dunque è quanto ci possiamo attendere dalle elezioni di giovedì e dal prossimo futuro del Regno Unito. Ancora una volta, gli elementi del panorama inglese rimarranno quindi l’incertezza e la durata indeterminata del processo di trattative. In questo senso, Enrich P. Remark concluderebbe così: “niente di nuovo sul fronte occidentale”

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